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Documento #id 67053

id: 67053
title: I Centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza – Anno 2024
link: https://www.istat.it/comunicato-stampa/i-centri-antiviolenza-e-le-donne-che-hanno-avviato-il-percorso-di-uscita-dalla-violenza-anno-2024/
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La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e contro la violenza domestica (Istanbul, 2011) prevede che gli Stati aderenti predispongano “servizi specializzati di supporto immediato, nel breve e lungo periodo, per ogni vittima di un qualsiasi atto di violenza che rientra nel campo di applicazione” della Convenzione.





Successivamente alla ratifica della Convenzione in Italia, i Piani nazionali contro la violenza hanno segnato un importante cambio di passo nella conoscenza del sistema di protezione delle donne vittima di violenza.





Dal 2017 l’Istat ha iniziato a rilevare dati relativi al Sistema della Protezione delle donne vittime di violenza. Nel 2018 sono state avviate le Indagini sulle prestazioni ed erogazioni dei servizi offerti dai Centri antiviolenza (CAV) e un’analoga rilevazione sulle Case rifugio, nel 2020 la rilevazione statistica sull’Utenza dei Centri antiviolenza e la diffusione dei dati del numero di pubblica utilità (1522) contro la violenza e lo stalking. Queste rilevazioni sono realizzate in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità (DPO) presso la Presidenza del Consiglio e con le Regioni.





Inoltre, la Legge n.53 del 2022 “Disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere” prevede che l’Istat conduca queste indagini per conoscere le caratteristichedell’utenza che si rivolge ai Centri antiviolenza, ivi inclusa la relazione autore-vittima, la tipologia di violenza subìta, la presenza di figli e le tipologie di assistenza fornita. L’Istat e il Dipartimento per le Pari Opportunità rendono disponibile, tramite uno specifico sistema informativo, un quadro integrato e tempestivamente aggiornato di informazioni ufficiali sulla violenza contro le donne in Italia. L’obiettivo è fornire notizie e indicatori statistici di qualità che offrano una visione di insieme su questo fenomeno attraverso l’integrazione di dati provenienti da varie fonti (Istat, DPO, Ministeri, Regioni, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Centri antiviolenza, Case rifugio e altri servizi come il numero di pubblica utilità 1522 Anti Violenza e Stalking).





Il presente Focus riguarda i servizi e le caratteristiche organizzative dei Centri antiviolenza e analizza i dati relativi alle donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza tramite i Centri.





Principali risultati






  • Sostanzialmente stabile, rispetto all’anno precedente, il numero dei CAV. Sono 409 i CAV attivi nel 2024, +1,2% rispetto al 2023 e +45,6% rispetto al 2017 (anno della prima Indagine), quando erano 281.




  • I CAV che hanno risposto all’indagine sono 364, con un tasso di risposta stabile rispetto al 2023. I dati a cui si fa riferimento di seguito sono calcolati sui CAV rispondenti.




  • Sono 193 i CAV che operano anche attraverso sportelli territoriali, oltre la metà (53%) dei CAV rispondenti, per un totale di 702 sportelli territoriali, in media quattro per ogni CAV con sportelli.




  • 6.994 le lavoratrici che sostengono le attività dei CAV. In calo il peso dell’apporto volontario (48,5%), che nel 2017 era del 56,1%.




  • Si sono rivolte ai CAV 61.370 donne, in media 169 donne per CAV, con valori più alti nel
    Nord-ovest (241) e nel Nord-est (238) e più bassi nel Sud (72).




  • Nel 94,8% dei CAV vengono applicati strumenti e metodologie per la valutazione del rischio, valore in miglioramento nel tempo. Nel 2017 era pari all’82,2%.




  • Sono poco più di 36.400 le donne che hanno affrontato nel 2024 il loro percorso di uscita dalla violenza con l’aiuto dei Centri antiviolenza.




  • Il 39,7% delle donne (circa 14.450) ha indicato di avere subìto violenza economica, come per esempio l’impossibilità di usare il proprio reddito o di conoscere l’ammontare del denaro disponibile in famiglia; in altri casi invece le donne sono escluse dalle decisioni su come gestire il denaro familiare.




  • Elevatissimo il numero di figli che assistono alla violenza subita dalla propria madre (79,2% delle vittime che hanno figli). Nel 24,7% dei casi, i figli stessi delle vittime subiscono violenza da parte del maltrattante.




  • Solo il 18,7% dei provvedimenti di allontanamento o divieti di avvicinamento e/o di ammonimento sono stati ottenuti entro 7 giorni, un ulteriore 20,2% tra gli 8 e i 14 giorni, un dato stabile nel tempo. La quota restante ha richiesto un tempo maggiore che nel 12,3% dei casi ha superato i due mesi.




  • Aumenta nel tempo il numero di donne con disabilità che si rivolgono ai CAV. Erano circa 1.150 nel 2020 e arrivano a più di 2.800 nel 2024, con un incremento del 145%. Il 5,3% ha una difficoltà di tipo sensoriale, il 13,0% una difficoltà motoria, il 14,7% una difficoltà intellettiva e il 73,6% ha un’altra tipologia di difficoltà.




  • Rispetto al totale delle donne, per quelle con disabilità si osserva una percentuale maggiore di violenze perpetrate da un altro familiare o parente (16,7% contro il 10,7% del totale delle donne) e di quelle subite fuori dall’ambito familiare e di coppia (14,5% contro il 9,7%).




  • Sono poco più di 9.800 le donne straniere, mediamente molto più giovani delle italiane, che nel corso del 2024 stanno facendo un percorso di uscita della violenza.




  • Le straniere sono più di frequente vittime di violenze fisiche e sessuali: il 75,4% ha subìto una violenza fisica, il 55,9% una minaccia, il 14,4% ha subìto uno stupro o tentato stupro; a queste va aggiunto il 15,6% di donne che ha subìto altre tipologie di violenze sessuali.




  • La strada per raggiungere gli obiettivi del percorso di uscita dalla violenza è più impervia se le donne non sono economicamente autonome e se non hanno una rete familiare o amicale di supporto.




  • Al contrario, le donne sono facilitate a realizzare gli obiettivi del percorso di uscita dalla violenza se non hanno figli o se i figli non sono coinvolti nella violenza, se la durata della violenza è più breve e meno grave e soprattutto se hanno una continuità di percorso con i CAV che dura da più anni.





Sono 409 i CAV attivi nel 2024





Nel 2024 le donne vittime di violenza hanno potuto contare su un’offerta di 409 Centri antiviolenza (CAV) attivi sul territorio italiano, distribuiti nel 37,2% dei casi nel Nord (22% nel Nord-ovest, 15,2% nel Nord-est), nel 30,6% nel Sud (125 CAV), nel 21% nel Centro (86 CAV) e nell’11,2% nelle Isole (46 CAV).





Le regioni in cui si concentra il maggior numero di CAV attivi, in termini assoluti, sono la Campania (64 CAV, pari al 15,6% del totale dei CAV), la Lombardia (57 CAV, 13,9%) e il Lazio con 45 CAV che rappresentano l’11% del totale dei CAV in Italia.





Rapportando i Centri attivi alla popolazione femminile residente, l’offerta di Centri antiviolenza in Italia è pari a 0,14 ogni 10mila donne (Figura 1), più alta nel Sud (0,18) e più bassa nel Nord-ovest (0,11) e Nord-est (0,11). In linea con il valore nazionale l’offerta nel Centro e nelle Isole (0,14 per entrambi).





I CAV che hanno risposto all’indagine sono 364, con un tasso di risposta stabile rispetto al 2023. Tutti i dati che vengono analizzati di seguito fanno riferimento alle risposte dei 364 CAV.





Nel 2024 i Centri sono stati contattati da 61.370 donne, una media annua di 169 donne per CAV[1] rispondente (364), con valori più alti nel Nord-ovest (241) e nel Nord-est (238) e minimo tra i CAV del Sud (72).





È prevalentemente comunale o intercomunale la competenza territoriale dei Centri





L’analisi mostra che i Centri antiviolenza operano prevalentemente su aree di competenza comunale o intercomunale (45,3%), mentre un ulteriore 33,8% estende la propria azione a livello provinciale o interprovinciale. Una quota minoritaria (20,9%) dichiara invece una competenza regionale o interregionale. A livello territoriale emergono differenze significative tra le aree del Paese. Nel Nord-ovest e nel Sud prevale un orientamento verso un ambito di intervento comunale/intercomunale, in entrambi i casi intorno al 50%. Il Nord-est presenta invece la più alta percentuale di CAV con competenza provinciale o interprovinciale, mentre le Isole si distinguono per una maggiore concentrazione di centri con competenza regionale o sovraregionale (35,5%). In particolare, in Sardegna oltre la metà dei CAV (58,3%) dichiara una competenza o un bacino d’utenza di livello regionale. Anche in altre aree si riscontra una tendenza simile: in Calabria, il 69,2% dei CAV opera su scala regionale o sovraregionale (di cui il 61,5% esclusivamente a livello regionale), mentre nel Lazio il 42,2% dei Centri ha una competenza regionale o interregionale. Il Lazio presenta la percentuale più elevata di CAV che dichiarano una competenza sovraregionale (28,9%).





I CAV non operano solo presso le loro sedi centrali ma ampliano la loro copertura territoriale attraverso una rete di sportelli antiviolenza dislocati sul territorio. Oltre la metà dei CAV (53%) infatti può contare sull’attività degli sportelli, che raggiunge il valore massimo tra quei Centri che hanno competenza territoriale intercomunale (62,6%) e provinciale (59,6%).





In totale, gli sportelli operativi rilevati sul territorio nazionale sono 702, con in media quasi quattro sportelli per i 193 CAV rispondenti che ha dichiarato di avere sportelli territoriali.





Quasi sei CAV su 10 ospitati in locali messi a disposizione a titolo gratuito





La maggior parte dei Centri antiviolenza (CAV) (56,9%) opera in locali utilizzati a titolo gratuito. La proprietà dei locali riguarda meno di un CAV su 10, mentre circa un terzo dei Centri (33,5%) sostiene spese di affitto. L’affitto è più frequente nei CAV delle Isole (45,2%) e del Nord-ovest (43%).





I locali dei CAV sono in gran parte (79,9%) dotati di misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche, con il valore più elevato registrato nelle Isole (90,3%) e il minimo nel Nord-est (66,1%). Tutti i Centri dispongono di spazi idonei a garantire le diverse attività nel rispetto della privacy delle utenti.





Considerando congiuntamente la presenza di misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche e il titolo di godimento dei locali, si osserva che tra i CAV che operano in locali di proprietà, la quota di Centri che hanno minori barriere è leggermente più alta (82,4%) rispetto a quelli in affitto (78,7%), sebbene con differenze regionali.





Quasi 7mila le donne che sostengono il lavoro dei CAV





A sostenere il lavoro dei Centri antiviolenza sono 6.994 lavoratrici, di cui 3.390 (48,5%) prestano il proprio servizio in forma esclusivamente volontaria. L’apporto del lavoro volontario raggiunge valori più alti tra i CAV del Nord-ovest (59,7%) e delle Isole (54,1%).





In ogni CAV operano mediamente 19 operatrici, valore che è massimo nel Nord-ovest (28,6) e minimo tra i CAV del Sud (11,3). Il personale impegnato nei CAV presenta diversi profili professionali: le coordinatrici e/o responsabili e le operatrici di accoglienza sono presenti in quasi tutti i CAV, rispettivamente nel 98,1% e 98,4% dei casi, così come le psicologhe (95,9%) e le avvocate (94,8%); seguono profili professionali meno rappresentati come quelli dell’assistente sociale (59,6%), educatrice (54,9%), mediatrice culturale (44,5%), orientatrice al mercato del lavoro (50,3), fino al personale sanitario (10,4%).





Inoltre, quasi tre quarti (73,9%) dei CAV hanno figure che si occupano del lavoro amministrativo, il 57,9% dei CAV può contare anche su esperte che si occupano di comunicazione, a testimoniare il lavoro che i Centri fanno nel settore della prevenzione e formazione, e il 33% dei CAV ha figure che svolgono il profilo di ausiliaria.





Al Nord-ovest è più elevata la presenza delle operatrici (Figura 3), il Sud impegna più psicologhe e assistenti sociali, le Isole si contraddistinguono per la maggiore presenza di avvocate.





Considerando tutte le figure professionali, ogni lavoratrice impegnata nei CAV si fa carico mediamente di circa nove donne che chiedono aiuto, la media sale a 10 nel Centro Italia.





L’84,6% dei CAV ha organizzato corsi di formazione/aggiornamento specifici per il personale: il 96,1% dei CAV ha assicurato la formazione sull’approccio di genere e sulla metodologia dell’accoglienza, il 93,2% su come approcciare le vittime di particolari forme di violenza, come ad esempio le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e i matrimoni precoci, il 79,9% sulla valutazione del rischio, il 77,9% sulla Convenzione di Istanbul e il 70,1% sui diritti umani delle donne, ad esempio sulla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW, Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women). Sono oggetto di formazione specifica meno di frequente l’accoglienza delle donne migranti (che ha interessato poco più della metà delle iniziative dei CAV, 53,9%) e l’accoglienza delle donne con disabilità, tema affrontato in meno di un terzo (30,2%) dei CAV.





In media, i CAV che hanno fatto formazione hanno organizzato circa quattro corsi all’anno per il personale retribuito, con il valore massimo registrato tra i CAV del Nord-est (10). Di gran lunga inferiore il numero di corsi organizzati per il nuovo personale volontario. In media, meno di un corso (0,5) per CAV, con valori leggermente più alti tra i CAV del Centro, Sud e Isole (0,7). Mediamente, ciascuna delle 767 nuove volontarie coinvolte nei corsi di formazione è stata formata per poco più di sette ore (7,4).





Sostanzialmente in linea, a livello nazionale, il monte-ore medio dedicato alla formazione del personale retribuito: le oltre 1.500 operatrici coinvolte hanno effettuato mediamente 7,2 ore di formazione. Tra i CAV delle Isole è maggiore il numero medio di ore di formazione dedicato alle nuove volontarie (12,3) mentre quelli del Nord-est si contraddistinguono per un numero medio di ore superiore rivolto alle operatrici retribuite (10,3).





Al fine di garantire la qualità dei servizi forniti, in nove CAV su 10 è stata realizzata nel corso del 2024 la supervisione sulle attività e sulla qualità delle relazioni instaurate nel Centro all’interno dell’équipe e con le donne seguite, che, in oltre tre quarti dei casi (76,6%) è avvenuta con cadenza almeno mensile.





La supervisione a cadenza settimanale, realizzata dal 9% dei CAV a livello nazionale, è più frequente tra i CAV delle Isole (20%) e i CAV del Centro (16%). Va tuttavia segnalato che il 26,7% dei CAV della Sicilia conduce la supervisione semestralmente.





Più di quattro CAV su cinque hanno attivato gruppi di mutuo-aiuto





I servizi offerti alle donne che si rivolgono ai CAV possono essere forniti secondo tre principali modelli organizzativi: erogati direttamente dal Centro, erogati da un altro servizio ma su indirizzamento del CAV oppure in modalità combinata, dal CAV e da un altro servizio insieme. Nel 2024 i servizi minimi da garantire, previsti dall’art.4 dell’Intesa Stato-Regioni e Province Autonome (la legge che definisce i requisiti minimi dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio accreditati e destinatari dei finanziamenti nazionali) sono erogati dalla totalità dei CAV, come ad esempio il servizio di ascolto (100%), accoglienza (99,7%), supporto legale (99,7%) e psicologico (99,7%) e di orientamento/accompagnamento ad altri servizi della rete di protezione (99,5%).





A supporto delle specifiche esigenze delle donne i CAV offrono anche altri servizi: il 96,5% dei Centri offre il servizio all’orientamento lavorativo e l’83,5% dei CAV che mette a disposizione il servizio di mediazione linguistica-culturale (Figura 4). Tutti i CAV hanno indicato che i servizi forniti sono a titolo gratuito.





Ad assicurare un percorso personalizzato di uscita dalla violenza progettato e concordato con le donne sono sostanzialmente la totalità dei CAV (99,4%).





Oltre ai servizi principali, il 45,9% dei Centri ha attivato gruppi di mutuo aiuto, con una maggiore incidenza tra i CAV del Sud (60,2%).





Estesa l’attività di sensibilizzazione e formazione





L’80,5% dei CAV (293) ha organizzato attività formative rivolte all’esterno, con percentuali più alte tra i Centri del Nord-est (91,9%) e il valore più basso tra quelli della Sicilia (52,6%). I soggetti, istituzionali e non, a cui sono indirizzate le attività formative dei Centri, sono principalmente gli operatori sociali (67,6% dei CAV), gli operatori sanitari (53,6%) e le associazioni di volontariato (53,2%). Seguono la formazione alle Forze dell’ordine (47,1%) e agli avvocati (40,3%). Meno frequente, invece, la formazione diretta alle organizzazioni sindacali, effettuata dal 19,8% dei Centri.





Rispetto al valore medio nazionale, i CAV del Nord-ovest e del Centro offrono meno formazione a operatori sociali (Figura 5), Forze dell’ordine e avvocati. Nel Nord-est i Centri si contraddistinguono per valori più alti rispetto a tutti i soggetti coinvolti, in particolare con riferimento a operatori sanitari e sociali e ai sindacati. I CAV del Sud si orientano maggiormente a formare la componente giuridica (Forze dell’ordine e avvocati). Nelle Isole si trovano i Centri con le quote più alte di formazione nei confronti degli operatori sociali.





Elevato è anche l’impegno dei Centri nell’attività di prevenzione e sensibilizzazione: il 96,7% ha organizzato interventi presso le scuole, l’82,1% ha realizzato raccolte sistematiche di documentazione e dati sul fenomeno della violenza e il 98,4% ha promosso iniziative culturali finalizzate alla prevenzione, alla divulgazione e alla sensibilizzazione della cittadinanza.





Valutazione del rischio meno diffusa in Basilicata e nelle Marche





A livello nazionale il 94,8% dei CAV applicano strumenti e metodologie per la valutazione del rischio, con valori più bassi in Campania e Sicilia (otto CAV su 10). La metodologia di valutazione del rischio più diffusa è SARA/ SARA PLUS/ SARA SURPLUS (82,9% dei Centri), ma vengono utilizzate anche altre metodologie come, ad esempio, ISA (3,5%) e DASH (2,3%).





Analizzando il dato rispetto alle donne che hanno contattato i Centri nel 2024, la valutazione è stata fatta su poco più della metà di esse (51%), con alcune eccezioni positive nella provincia autonoma di Trento, dove tutte le donne hanno ricevuto una valutazione del rischio, quasi nove donne su 10 nella provincia autonoma di Bolzano/Bozen e otto su 10 in Umbria. La valutazione del rischio è applicata ad una quota particolarmente bassa di donne nei Centri della Basilicata (6,4%) e delle Marche (10,2%). La stragrande maggioranza dei CAV (93,4%) non ha ricevuto, nel 2024, richieste di mediazione familiare da parte dei servizi sociali o dai tribunali; 24 CAV sono invece stati oggetto di tale richiesta e 10 di questi hanno indicato di aver erogato il servizio. 31 CAV (l’8,5% del totale dei CAV rispondenti alla rilevazione) hanno anche ricevuto richieste di uno spazio neutro per l’incontro protetto tra figli e genitore maltrattante, con valori particolarmente elevati tra i Centri del Piemonte (38,1%) e del Molise (33,3%).





Quasi la metà dei CAV ha un finanziamento esclusivamente pubblico





I CAV a finanziamento esclusivamente pubblico costituiscono il 47% (Figura 6), con valore nettamente più alti al Sud (63,1%) e nelle Isole (61,3%). Nel Nord-est si osserva il valore più basso, con solamente un Centro su quattro che riceve esclusivamente finanziamenti pubblici, la maggioranza dei Centri antiviolenza di questo territorio (74,3%) è, infatti, finanziata in modalità mista con una collaborazione tra istituzione pubbliche e private. La stessa situazione si ritrova anche nel Nord-ovest, anche se con percentuali inferiori (66,3%). Residuale la percentuale dei Centri antiviolenza che hanno dichiarato di aver ottenuto finanziamenti di natura esclusivamente privata (1,6%) e quella dei CAV che hanno dichiarato di non aver ottenuto alcun finanziamento (1,1%).





In aumento il numero delle donne che iniziano un percorso per liberarsi dalla violenza





Sono poco più di 36.400 le donne che, nel 2024, hanno affrontato il loro percorso di uscita dalla violenza con l’aiuto dei Centri antiviolenza. Tutte le informazioni che vengono riportate nel prosieguo sono riferite a queste donne.





La maggior parte (il 76,4%) ha iniziato il percorso nell’anno, mentre il 15,7% delle donne lo ha intrapreso nel 2023, il 5,4% lo ha iniziato da due anni e il restante 2,5 da tre o quattro anni.





Per analizzare l’andamento del numero di donne che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza negli ultimi tre anni, si è ristretta l’analisi ai soli Centri attivi in tutti gli anni di riferimento (2022-2024): dai dati emerge un aumento del 12,1% di donne rispetto al 2023 (le donne erano 31.700 nel 2023 e 26mila nel 2022).





Il 16,5% delle circa 36.400 donne ha iniziato il percorso di uscita dalla violenza in situazioni di emergenza, cioè erano in una situazione di pericolo o a rischio di incolumità.





Il 54% delle donne che sono nel percorso di uscita dalla violenza ha tra i 30 e i 49 anni





La distribuzione per età vede maggiormente rappresentate le donne tra i 40 e i 49 anni (28,3%), seguite
dalle 30-39enni (26,1%). Le donne con meno di 29 anni costituiscono il 22,0%, tra queste le giovanissime con meno di 16 anni sono lo 0,7%. Ha tra i 50 e i 59 anni il 16,6% delle donne, il 5,4% tra i 60 e i 69 anni, mentre le ultrasettantenni sono il 2,0%. Si tratta in prevalenza di donne italiane (73,0%), il 27% di nazionalità straniera e 14 sono apolidi.





Provare a delineare il profilo delle donne che intraprendono un percorso di uscita dalla violenza non è semplice, dato che molte informazioni non sono presenti nei dati trasmessi dai Centri. Utilizzando le informazioni disponibili si può stimare che una quota rilevante di donne, quando ha iniziato il percorso, viveva con i figli (62,2% delle donne) o con il partner (44,0%) o con altri familiari o parenti (17,3%), mentre solo l’11,7% viveva da sola.





Il 64,6% ha un’istruzione medio alta (44,7% delle donne con un diploma di scuola secondaria di II grado, 19,8% con un diploma di laurea o un dottorato) e il 56,7% lavora (il 41,3% ha un’occupazione stabile, mentre il 15,3% lavora saltuariamente). Il 24,4% è in cerca di una prima o di una nuova occupazione; il 6,7% è studentessa, il 6,4% casalinga; il 5,8% è in altra condizione professionale.





Alcune donne presentano situazioni di maggiore fragilità (4,2%), legate a dipendenze (da alcool, droga, gioco, psicofarmaci, 2,4%), a situazioni debitorie gravi (1,6%), a precedenti penali (0,3%) e prostituzione (0,3%).





Il 54,8% delle donne ha familiari, parenti o amici a cui si può rivolgere in caso di bisogno.





Sei donne su 10 hanno subìto violenza fisica





Tra le donne che stanno affrontando il percorso di uscita dalla violenza, il 64,5% ha subìto una violenza fisica, il 52,3% una minaccia, il 10,4% ha subìto uno stupro o tentato stupro, a queste va aggiunto il 13,6% che ha subìto altre tipologie di violenze sessuali quali ad esempio le molestie sessuali, molestie online, revenge porn, la costrizione ad attività sessuali umilianti e/o degradanti. Il 22,8% dichiara di essere stata vittima di stalking (incluso cyberstalking). Molto elevata è la prevalenza della violenza psicologica che, essendo quasi sempre agita in concomitanza di un’altra forma di violenza, viene subita da quasi nove donne su 10. Sono, invece, quattro su 10 le donne che stanno affrontando una violenza di tipo economico. Minoritaria la percentuale di donne vittime di tratta (0,4%) o che ha subìto una qualche forma di violenza prevista dalla Convenzione di Istanbul (1,5%), come matrimonio forzato o precoce, mutilazioni genitali femminili, aborto forzato, sterilizzazione forzata.





Sono le donne tra i 30 e i 39 anni ad aver subìto maggiormente violenza fisica (70,2%). La violenza sessuale riguarda invece in misura superiore quelle che hanno meno di 29 anni (41,2%). Quasi tutte le donne con più di 30 anni (96,9%) hanno subìto almeno una forma di violenza come minacce, stalking, violenza psicologica, violenza economica.





Nella maggioranza dei casi le diverse forme di violenza si sommano tra loro: solo il 15,7% delle donne ha subìto un solo tipo di violenza, il 24,8% ne ha subiti due, il 26,9% tre ed è pari al 32,6% la quota di donne che hanno subìto più di quattro tipi di violenza.





Assistere alla violenza durante l’infanzia è un fattore che influisce sulla possibilità di subire violenza, così come sulla re-vittimizzazione, come riporta la letteratura e come emerge dai dati dell’indagine Istat sulla violenza contro le donne. L’analisi condotta sulle 24.500 donne per le quali è disponibile l’informazione sull’aver assistito alla violenza (fisica e sessuale) agita dal proprio padre sulla propria madre, mostra come la
multi-vittimizzazione sia fortemente marcata: la percentuale delle donne che hanno subito più di quattro violenze raggiunge il 44,5% per quelle che hanno assistito alla violenza da piccole, mentre è pari al 35,2% per chi non vi ha assistito; differenza che, con buona probabilità, testimonia quanto la trasmissione intergenerazionale della violenza sia motivo di maggiore esposizione al rischio di subire violenza.





Quattro donne su 10 hanno subìto tra le violenze anche quella economica





La rilevazione sulle donne che hanno iniziato un percorso per liberarsi dalla violenza permette di fare un breve quadro sulla loro situazione economica.





Nel 2024 circa il 45,5% delle donne dichiara di non essere autonoma economicamente, con differenze importanti in base alla condizione professionale. Tra le donne occupate sono il 14,7% quelle che non sono autonome economicamente, valore che sale a più dell’82,0% per le disoccupate, all’86,6% per le studentesse e all’83,7% per le casalinghe.





Il 39,7% (circa 14.450) ha indicato di avere subìto tra le violenze anche quella economica, come per esempio l’impossibilità di usare il proprio reddito o di conoscere l’ammontare del denaro disponibile in famiglia; in altri casi invece sono escluse dalle decisioni su come gestire il denaro familiare. La percentuale di queste vittime aumenta al crescere dell’età e raggiunge il valore più elevato tra le donne ultrasessantenni dove si osserva una percentuale del 47% di donne che hanno subìto questo tipo di violenza.





Nel complesso, il 76% di queste donne presenta almeno una delle seguenti caratteristiche: non sono autonome economicamente, sono arrivate al CAV con una richiesta di supporto all’autonomia, al lavoro o di aiuto finanziario, hanno subìto violenza economica o hanno usufruito del servizio di supporto all’autonomia da parte del CAV.





Elevato il numero di figli che assistono alla violenza subita dalla madre





Tra le donne che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza, la durata della vittimizzazione varia a seconda della tipologia di violenza subita. Una storia lunga di abusi, che dura almeno da cinque anni (Figura 7), riguarda il 46,7% delle donne che hanno subìto violenza fisica e il 43,7% di quelle che hanno subìto minaccia, stalking, violenza economica o psicologica (indicata nella Figura come altra tipologia di violenza). Diversamente, tra le donne che hanno iniziato il percorso a seguito di un singolo episodio di violenza, la forma di violenza più rappresentata è quella sessuale (14,7%). Il 55,5% delle donne ha avuto paura che la propria vita o quella dei propri figli fosse in pericolo, il 22,2% si è recata, a causa della violenza subita, al pronto soccorso e il 4,2% è stata ricoverata in ospedale.





La valutazione del rischio di subire nuovamente violenza è stata fatta su 18.422 donne da parte delle operatrici dei Centri (in genere viene usato il metodo SARA plus); tra queste sei su 10 risultano avere un rischio medio o basso, mentre per quattro su 10 il rischio è stato valutato alto o altissimo.





Elevatissimo è il numero di casi in cui i figli assistono alla violenza subita dalla propria madre (79,2% delle vittime che hanno figli) e nel 24,7% dei casi i figli sono essi stessi vittima di violenza da parte del maltrattante. Inoltre, circa il 15,7% delle vittime ha subìto violenza durante la gravidanza.





Quasi l’80% delle violenze agite da partner o ex partner





Per quasi tutte le donne che stanno facendo un percorso di uscita dalla violenza (96,8%) le violenze sono riferibili a un solo autore e nel 2,7% dei casi a due. Gli autori della violenza si trovano soprattutto tra le persone con cui la donna ha legami affettivi importanti. Nel 52,8% dei casi è il partner della donna a perpetrare le violenze (Prospetto 1), nel 26,1% si tratta di un ex partner, nel 10,7% è un altro familiare o parente; le violenze subite fuori dall’ambito familiare e di coppia costituiscono il restante 10,4%.





Purtroppo, le informazioni socio-demografiche ed economiche relative all’autore sono state riportate solo per il 40% degli autori, ma utilizzando le informazioni disponibili si evidenzia che l’autore della violenza è un uomo (97,0%), italiano (75,8%), con un’età compresa tra i 30 e i 59 anni per il 75,4% dei casi (21% tra i 30 e i 39 anni, 30,7% tra i 40 e i 49 e 23,5% tra i 50 e 59 anni). Il 79,9% ha un titolo di studio di scuola secondaria (40,6% di I grado, 39,3% di II grado) e il 74,2% è occupato (il 61,4% ha una occupazione stabile e il 12,8% saltuaria). Quasi un autore su quattro (24,8%) ha una forma di dipendenza, come ad esempio quella da alcool, droga, gioco o psicofarmaci. Emerge, inoltre, che nel 12,4% dei casi l’autore era già stato violento con altre donne, ma nel 63,6% dei casi la donna non era a conoscenza di questa informazione.






pubDate: 20260310
tag: ISTA
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testi ottimizzati per una lettura più rapida, non ufficiali, es. "Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri" diventa "DPCM". Fonte Gazzetta Ufficiale IPZS/Normattiva - NM. Eventuali favoriti sono registrati solo nel tuo browser